Ha ancora senso divulgare la medicina?

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La “discesa in campo”, per usare una metafora un po’ abusata, di un medico che scrive e prende posizione sui social media implica alcune premesse che possono sembrare abbastanza ovvie.

Viviamo in una società in overdose da informazioni.
Fra le notizie da cui siamo costantemente bersagliati, vere e false, alcune riguardano la scienza. Alcune di queste la medicina e l’oncologia in particolare.

Proviamo a ordinare le informazioni secondo la loro facilità di comprensione: una notizia di calcio, o di gossip, ad esempio, è mediamente più facile da comprendere di una notizia di scienza.

Una delle ragioni per cui un medico scrive potrebbe essere quindi provare a rendere più comprensibili le notizie di medicina.

Ora invece proviamo a ordinare le informazioni sul piano della loro correttezza: in altri termini, se una notizia è vera, o falsa. Oppure quanto una notizia è vera, quanto è falsa.
Una squadra ha battuto un’altra per due a zero. Due star dello spettacolo sono state fotografate mentre si baciavano all’uscita da un ristorante. Possiamo discutere se la squadra che ha vinto meritasse o meno, possiamo discutere se dietro quel bacio ci sia una storia d’amore oppure no: ma i fatti sono lì, davanti a tutti. Dimostrati e indiscutibili.

Nella scienza, nella medicina in particolare, i fatti dimostrati, indiscutibili, provati come questi sono molto rari.
E anche laddove ci siano le prove, spesso non sono così facili da comprendere.

Un’altra delle ragioni per cui un medico scrive potrebbe essere quindi provare a spiegare se una notizia di medicina è vera o falsa. O almeno quanto di essa risponde al vero, quanto invece appare falsa.

E qui arrivano i problemi.

Per convincervi del fatto che quei due si sono baciati basta mettervi la foto in prima pagina: non mi serve altro. E se sotto ci metto anche un pezzo, correrete a leggerlo per sapere dove, come, quando.
Ma per convincervi del fatto che i vaccini salvano vite o che il fumo provoca il cancro o che non esiste la fantomatica cura dei tumori che non ci rivelano, non ho foto: ho solo dati, tabelle, numeri.

Che è tantissimo: ma sono dati, tabelle e numeri noiosi. Meno attraenti di una fotografia. Certo ve li posso scegliere, riassumere, raccontare: ma non sarà mai la stessa cosa.

Senza contare che poi, a un clic da qui, trovate il fanatico, o quello serenamente tranquillo che le cose stiano come pensa lui, che sa scrivere e far di conto e magari sa fare anche bei grafici, che vi racconta a suon di parole e immagini forti l’esatto opposto: che i vaccini sono una sciagura o che la cura del cancro è nota e tenuta ben nascosta.

E voi a chi credete?

Ecco il guaio più grosso: crederete a lui.

E non perché siate allocchi: perché succede così. Se anziché parlare di medicina parlassimo di analisi matematica, nemmeno io saprei distinguere il falso dal vero. E andrei anch’io più facilmente dietro a un falso ben infiocchettato piuttosto che al vero, dimostrato a suon di numeri e rigore.

Esistono forti evidenze che confutare le bufale, le falsità, le fake news coi numeri e coi fatti non serva a niente. Che anzi radicalizzi le posizioni di chi crede a una bufala. Che sia insomma controproducente.

Più nel dettaglio: chi è convinto della sua idea resta della sua idea (anzi la radicalizza). Chi è incerto, tende a convincersi dell’idea sbagliata. Perché la fake è sempre più accattivante della verità.

E allora che senso ha questo blog? Che senso ha il mestiere di divulgatore? Più in generale, in quest’epoca di informazioni esagerate, dove andremo?

Questo post è una sorta di prima puntata di un discorso su un tema che continueremo a indagare. È un tema aperto al contributo di tutti e volentieri ascolto che ne pensate.

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