Come si diventa oncologi (e che si può fare poi)

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Fra le ragioni di questo blog c’è sì quella irrinunciabile di farvi pesantissimi pipponi su cancro, incidenza, prevalenza, numeri, dati, statistiche, terapie vere, terapie false, terapie semivere o semifalse, cosa mangiare e cosa no, quelle chicche insomma che vi siete eroicamente sciroppati nei primissimi post e di cui andiamo tutti molto fieri.

Ce n’è anche una più leggera. Raccontarsi storie, episodi, situazioni legate con fili anche sottili a questa fetta di medicina. Divagare un po’. Divertirsi.

Oggi provo a rispondere a una domanda che mi ha fatto un ragazzo qualche giorno fa: come si diventa oncologi?

Oncologi si diventa, innanzitutto, passando il test di medicina (che guarda caso quest’anno è fra qualche giorno, il 4 settembre). Diventare uno “studente di medicina” è ancora lo scoglio più rilevante.

Lo status di “studente di medicina”, a me pare, è una delle poche qualifiche che gode ancora di una certa forma non dico di prestigio (per carità) ma quantomeno di simpatia nella società.
Finché sei studente, sei giovane, puro, immacolato. Sei una sorta di piccolo eroe della società del futuro. Sei quello che sacrifica il tempo, il divertimento, in definitiva gli anni migliori della sua giovinezza per diventare, un domani, un dottore e fare del bene al prossimo.
Pecco di romanticismo, lo so, e un po’ lo faccio apposta. Questa è in fondo la visione sognante di nonni, zii e di qualche lontano parente che non vedi mai, di quelli che dai sessantacinque settanta in su cominciano a chiederti il significato di un numero o di un asterisco sui loro esami del sangue e i cui occhi prendono la forma di un cuoricino solo perché il nipote sa leggere gli esami del sangue e soprattutto, che sollievo, quell’asterisco il più delle volte non significa nulla.

Le soddisfazioni del corso di laurea in medicina. In quei momenti pensi che dovrebbe durare una vita intera.
E in effetti a un certo punto sembra davvero che duri una vita intera: al quinto, al sesto anno vi assicuro che non se ne può più. Almeno, io, non ne potevo più.

Trentacinque erano gli esami, ai miei tempi. Alcuni belli grossi. Fisiopatologia medica, per dire, era un insieme di dodici materie internistiche (endocrinologia, ematologia, reumatologia solo per citarne tre) che ci mettevi un anno (due?) per esaurire le lezioni. Un esame con un programma vasto come l’Oceano Pacifico e tu piccolo piccolo su una zattera a tentare l’avventura.
Non esistevano i crediti, li istituirono dall’anno successivo: chi ancora oggi mi parla in termini di crediti (“questo esame mi dà 12 crediti!”) lo guardo con gli occhi stupiti di chi non coglie e la dolceamara consapevolezza, solo mia, di appartenere ormai a un tempo marziano.

Il giorno che ti firmano sul libretto, allora era cartaceo, il voto del trentacinquesimo esame resta uno dei più intensi della vita. Nel mio caso fu il 31 maggio: quel giorno intuii (vagamente) la differenza fra peso e massa. Mi pareva d’essere sulla luna, metaforicamente e forse anche no.
Da lì in avanti resta solo la tesi, che stai peraltro preparando ormai da almeno un anno e che dovresti aver avuto l’accortezza di fare con il Prof di oncologia (se non hai avuto quell’accortezza non c’è problema, puoi rimediare e fare l’oncologo lo stesso). Discussa la tesi, ti dichiarano dottore in medicina.

Uao.
È fatta?

Manco per sogno. Col titolo di dottore in medicina puoi fare una sola, splendida cosa: niente. Assolutamente niente.

E forse è anche un bene, perché in fondo non sai ancora niente. Certo, può esserti rimasto pure qualcosa della montagna di libri e appunti che hai macinato in sei anni (sei anni se sei un mostro e hai finito regolare, io ce ne ho messi sette), ma è tutta teoria. Certo qualche tirocinio qua e là l’hai fatto (oggi, mi par di vedere, se ne fanno di più di quanto se ne facesse ai miei tempi, e dovrebbe essere una buona cosa), però sono, come dire, tirocini poco pratici.

Col titolo di dottore in medicina il passo successivo è uno solo: l’esame di stato.

La parte pratica dell’esame di stato fu un periodo molto divertente della mia vita di ex-studente. Sono tre mesi di tirocinio, uno da un medico di base, uno in un reparto di medicina e uno in un reparto di chirurgia. Finalmente una strada ben tracciata invece delle sabbie mobili incerte di quando eri studente. La cosa che mi emozionò di più fu sentirmi chiamare per la prima volta collega.

E poi viene il tempo dei quiz. La prova scritta dell’esame di stato sono centottanta quiz, divisi in due sezioni da novanta ciascuna, domande a scelta multipla estratte a sorte da un database di più di cinquemila che il ministero rende disponibili qualche settimana prima della data del test. E che quindi puoi studiare prima: ben sapendo che la probabilità che ciascuna domanda venga estratta è sì sufficientemente bassa, ma non proprio zero: e che quindi ognuna delle domande che hai sotto gli occhi potresti ritrovartela proprio lei il giorno fatidico, e quindi ti conviene, come dire, vuoi o no, se non saperla, quantomeno fartela simpatica.

È un tempo un poco delirante in cui ciascuno si esercita a prepararsi come vuole o come può: chi tenta stoicamente di memorizzare tutte le risposte di tutti i cinquemila quiz (sono pochi questi stoici e tendono ad arrendersi presto), chi si accontenta di memorizzare le più difficili, chi un po’ più disorientato studia la teoria convinto che teoria e quiz siano sempre ed esattamente la stessa cosa (sono pochi anche questi). C’è chi più sicuro di sé se ne frega e pensa che in qualche modo andrà.

Passare l’esame di stato è indispensabile per iscriverti all’ordine dei medici.

E dunque, ricapitolando: uno, laurea in medicina e chirurgia, due, esame di stato e quindi abilitazione all’esercizio della professione, e tre, iscrizione all’ordine dei medici. Bene, con tutto questo bel curriculum alle spalle che cosa puoi fare? Ancora niente? No, niente no. Ma nemmeno molto. In effetti poco: guardie mediche e sostituzioni di medici di base.

Se vuoi diventare oncologo devi fare una scuola di specialità: la scuola di specializzazione in oncologia. (Se vuoi diventare qualsiasi altro tipo di medico, la stessa cosa: devi fare una scuola di specialità. Anche per diventare medico di base devi fare altri anni di corso.)
Ai miei tempi, era il 2008, ancora, sceglievi tu la sede, e lì ti presentavi. Oggi, l’esame è nazionale e i posti vengono distribuiti con un sistema che tiene conto di come ti posizioni nella graduatoria e di una serie di preferenze di sede che esprimi prima di fare l’esame.
Il test per entrare in specialità, come l’esame di stato, è a quiz: sono un po’ di meno dei centottanta dell’esame di stato, e anche in questo caso il ministero li pubblica qualche settimana prima. A me capitò l’esame di specialità molto vicino all’esame di stato: per alcuni era un bene (la delirante forma mentis da quiz ce l’hai già bella sviluppata), per altri una jattura (non bastano cinquemila quiz, no, giusto mi mancavano altri cinquemila…).

Passare l’esame ed entrare in specialità è comunque il passo che più ti cambia la vita.
Certo, dipendi ancora dall’università, paghi le tasse e sei a tutti gli effetti ancora uno studente (cominci ad andare per i trenta e la cosa ti fa un certo effetto, quando non di rado i tuoi coetanei lavorano da un pezzo, qualcuno è sposato, qualcuno ha figli). Ma inizi davvero a fare il medico. Porti a casa qualche lira a fine mese. Lavori ogni giorno in corsia accanto agli specialisti e ai colleghi di specialità più grandi. Fai quello che aspettavi di fare da un po’… e piano piano senza nemmeno accorgertene impari il mestiere.

La specialità dura ora quattro, ora cinque anni, a seconda delle riforme. Oggi dura cinque, ai miei tempi quattro. Alla fine di ogni anno è previsto un esame di profitto per iscriversi al successivo.
Al termine della specialità c’è un’altra tesi da discutere. E poi hai il titolo di specialista.

E con quello, finalmente, allora sì che puoi fare tante tante cose.
Puoi fare concorsi (sigh) su concorsi (sigh). Puoi trovarti un posto di lavoro. Puoi anche, soprattutto, aprire un blog! E somministrare pesantissimi pipponi su cancro, incidenza, prevalenza… terapie semivere, semifalse… o zuccherini come questo che vi siete sciroppati oggi se siete stoicamente arrivati fin qui.

7 risposte a "Come si diventa oncologi (e che si può fare poi)"

  1. In confronto ingegneria sembra una passeggiata!
    Ed effettivamente lo è, anche se un ingegnere in molti casi ha a che fare con la vita e la sicurezza delle persone. Quando accadono fatti come quello di Genova, anche se non costruirò mai ponti, questa responsabilità la sento.
    Considerazione numero 1, forse studiamo anche troppo poco. In fondo anche noi da laureati non abbiamo la sensazione di saper fare granché. Tirocini quasi inesistenti.
    Considerazione/domanda numero 2, uno studente di medicina con quale ansia salta/non salta quel paragrafo dei propri appunti che proprio non va giù sapendo che anche se apparentemente inutile e pallosa un giorno quella ‘cosa’ potrebbe essere la soluzione al problema di una persona? Ecco, me lo sono sempre chiesto.
    Nel mio caso mi rispondo che tanto è tutta teoria e quando sarò in azienda mi insegneranno loro DAVVERO come si fa. E quindi quella dimostrazione/nozione non strettamente utile ai fini dell’esame -voci che dicono che all’esame il prof non la chiede- viene felicemente saltata dopo una veloce lettura.
    Nel vostro caso?

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    1. Sulla considerazione numero uno ti dirò, io penso che, almeno a medicina, si studi invece troppo… Troppe ripetizioni, troppe variazioni sullo stesso tema, magari dettate a volte solo dal capriccio o dall’ingiustificata ostinazione del docente a pretendere dalla voce degli studenti il suo punto di vista. A volte si generava il paradosso secondo cui si studiava piuttosto che i fatti un’interpretazione dei fatti: quella del prof. Se poi venivi interrogato dal prof A, dovevi dirgli certe cose, se venivi interrogato dal prof B, dovevi dirgliene altre. C’era tutto un passaparola fra studenti su queste cose. Certo, ti parlo di eccezioni, non della regola. Ma, a volte… eccezioni neanche tanto eccezionali.
      Forse così ho risposto in parte anche alla considerazione numero due: era difficile trovare un paragrafo degli appunti che parlasse di cose di cui non avevi sentito almeno altre quattro o cinque volte, spesso di più, in altri esami.
      Altri due brevi aspetti da considerare: il primo, anche per noi la preparazione era davvero teorica e ben poco pratica. Quindi anche tralasciando qualche cosa non avevi mai davvero l’impressione di tralasciare qualcosa di veramente decisivo. Il secondo, quando verso la fine del corso di studi decidi che medico vorresti essere e quindi che specialità farai, ecco che se succedeva questo, se vuolevi diventare, per dire, radiologo smettevi di pensare che quella rara patologia ereditaria dell’occhio o la terapia più aggiornata del diabete fossero così… importanti per la tua professione. E felicemente saltavi dopo una veloce lettura.

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      1. Ho trovato due similitudini con quella che è la mia esperienza, il passaparola e l’ultima cosa che hai detto, il mio corso di studi si divide tra esami di trasporti e di idraulica, sapendo di voler lavorare nei trasporti studio con più interesse questo esami qui 🙂
        Grazie dei chiarimenti, era una vita che mi chiedevo com’è in realtà il percorso di uno studente di medicina, quanto fosse differente dal mio.

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  2. Non ho esperienza di percorsi di studio a livello universitario se non per vie traverse, l’unica cosa che abbiamo in comune è che anche io ho aperto un blog. Anzi, effettivamente abbiamo anche qualcos’altro in comune, la malattia che trattiamo. Solo che io il cancro, lo vivo.
    Ho letto sino alla fine l’articolo e il percorso per diventare medico specialista, nel tuo caso oncologo, è decisamente tosto. E .. scusa se mi permetto, io ne sono felice.
    Il sacrificio, gli anni passati a studiare e a specializzarti, lavorare fianco a fianco ai tuoi colleghi più esperti e diventare a tua volta esperto.. questo fa di te quel che sei oggi. Io ho piena fiducia nel mio oncologo, tant’è che gli ho messo in mano la mia vita. Lui mi guida nel mio percorso e mi da coraggio quando vacillo, mi spiega tante cose per me incomprensibili e mi offre la sua conoscenza e questo mi da coraggio a proseguire senza voltarmi indietro. Ho usato la seconda persona non per mancanza di rispetto ma solo perché son rimasta colpita dall’umanità dell’articolo e se ho sbagliato chiedo venia. Buon proseguimento.

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    1. Cara Annalisa, grazie del tuo commento. La seconda persona ci sta tutta, altroché: blogger, medici, pazienti… siamo prima di tutto persone, persone che affrontano e condividono percorsi ed esperienze di vita.
      Verrò a trovarti sul tuo blog.

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