Come difendersi dagli “ho sentito” in oncologia

xenia-bogarova-654935-unsplash (2)In fondo a questo post, in uno dei sempre brillanti interventi di Bloom2489, c’è una frase che ho provato a commentare nel breve spazio che mi consentiva una risposta, senza riuscirci:  ecco perciò il post che state leggendo.

“Ho sentito di persone che tengono sotto controllo la malattia mangiando integrale e senza zucchero bianco.”

È una frase interessante. Mi interessa non tanto per quanto dice (e infatti chiarisco subito: questo post non scioglie il dubbio che pone quell’affermazione, non indagheremo qui il legame fra quel certo tipo di dieta e la malattia, non è questo che ora ci interessa), quanto per cosa rappresenta.

È una frase che obbedisce a un canone abbastanza consueto in oncologia: un modello dietro il quale, alle volte, si nascondono le più grosse leggende metropolitane che circolano sul cancro e le sue terapie.

Il modello è questo. Si sente (l’ho letto su un giornale, l’ho sentito alla TV, l’ha detto il medico, l’ha raccontato un amico…) che qualcuno (di norma, una o più persone ammalate) ha fatto qualcosa (una terapia innovativa, una terapia non convenzionale, un regime alimentare diverso… tutto quello che volete) e grazie a questo (attenzione: grazie a questo) ha ottenuto un risultato (un miglioramento clinico, una stabilizzazione della malattia, la scomparsa delle metastasi, la guarigione completa).

Se scomponiamo la frase ci sono almeno due punti su cui merita soffermarsi.

Si sente…”
Questo è il primo punto chiave. Da chi l’hai sentita? La fonte, cioè. La fonte di una notizia è un parametro fondamentale per valutarne l’attendibilità. Ci sono fonti autorevoli, affidabili, competenti: altre molto meno.
L’ho sentita da un amico, un familiare, un conoscente. Difficile che l’amico lo sappia da sé: da chi l’ha sentita a sua volta l’amico? Da un altro amico? E su a ritroso fin dove è partita la notizia, magari da un post rilanciato su Facebook o da una catena di Sant’Antonio su Whatsapp. In questo caso la fonte è ignota. L’attendibilità di notizie senza fonte certa è molto bassa.
Oppure: l’ho sentita dal mio medico. Letta su un libro, sull’inserto salute di un giornale, in radio o alla TV. Queste fonti, spesso persone esperte, hanno almeno un nome un cognome e una faccia: possono rispondere di quel che sostengono. E hanno un’attendibilità certamente maggiore del caso di prima.

“…che qualcuno ha fatto qualcosa…”
Questo è il fatto. Il fatto è scelto da chi scrive e su questo non c’è nulla da dire.

“…e grazie a ciò ha ottenuto qualcosa
Questo è il secondo punto chiave. Il nesso causale. Concludere che un certo fatto ha causato un certo effetto. Questo è un punto delicatissimo.

Leggete queste due frasi.

Per fortuna che ha preso l’antibiotico: in due giorni gli è passata la febbre.

In due giorni gli è passata la febbre: hai visto che non serviva l’antibiotico?

La prima induce chiaramente a pensare che la febbre sia passata grazie all’antibiotico. Bene, come facciamo a esserne certi? E se la febbre fosse passata in due giorni anche senza l’antibiotico, come nella seconda frase?

Si abusa spesso, voglio dire, dei nessi causali. Li mettiamo un po’ dove piace a noi. Dove più ci rassicurano. O dove confermano le nostre teorie, quello in cui crediamo.
Un nesso causale invece andrebbe dimostrato. E qui sono guai.

Sono guai perché la scienza fa una fatica enorme per dimostrare i nessi causali fra una supposta causa e un possibile effetto: proprio perché si è data metodi rigorosi per farlo. E sono guai perché alludere, insinuare nel pubblico la parvenza, la pretesa di un legame causa-effetto fra un fatto (spesso, e non a caso, un prodotto) e un risultato fa il gioco di molti. È semplice, suggestivo, redditizio.

In medicina, il metodo migliore per dimostrare una relazione di causa-effetto si chiama studio sperimentale.

Come si fa uno studio sperimentale? Prendete un gruppo sufficientemente ampio di persone con una stessa caratteristica (ad esempio: una malattia). Divideteli a metà secondo un criterio casuale. A una metà, somministrate quella che ritenete una possibile causa (una dieta particolare, un farmaco…) di un possibile effetto (un miglioramento della malattia, una stabilizzazione della malattia). All’altra metà, no.
E poi confrontate, nel tempo, se nel gruppo cui avete dato la vostra supposta causa (la dieta particolare, il farmaco) c’è stato effettivamente l’effetto che volevate, e nell’altro gruppo no. E se questa differenza è sufficientemente consistente da non essere dovuta al caso (a questo ci pensano i test statistici).
Allora, e solo allora, potrete concludere con un certo grado di sicurezza (e comunque mai con la certezza assoluta) che, almeno nella popolazione del vostro studio, quella determinata la causa sembra avere quel determinato effetto.
Se poi altri studi replicheranno i vostri risultati, ecco che forse siete sulla strada giusta, sarà sempre più plausibile che le cose stiano veramente così: e avrete fatto fare un passo avanti alla scienza.

Si può fare sempre? Possiamo sottoporre tutti i fatti a studi sperimentali? Purtroppo no. Ma tutto questo dà un’idea di quanto sia complesso dimostrare il nesso di causa effetto in medicina. E quanto sia arbitrario, sbagliato (spesso furbo, se non proprio disonesto) mettercelo laddove non c’è o non si sa (non si può sapere) se c’è.

E quindi che fare la prossima volta che vi diranno ho sentito che…? Intanto, una faccia perplessa: non sbagliate mai. Poi, chiedete la fonte, e giudicatela. E infine, di chi vende certezze, diffidate.

7 risposte a "Come difendersi dagli “ho sentito” in oncologia"

  1. A proposito di “supposta causa”. Famosa scenetta della seduta spiritica da “Totò, Peppino e la dolce vita”. Totò, Peppino e la medium attorno ad un tavolo si tengono per mano formando la catena per evocare i morti. La medium, in stato di trance: “Nella vita e nella morte ci sono le cose vere e le cose supposte. Le cose vere mettiamole da parte. Ma le supposte …le supposte dove le mettiamo?”. Quello che ci frega è la “supposta causa”. Bisogna valutare attentamente ciò che ci propinano come informazione, perché spesso, se non si sta attenti, invece che spiegarci la causa ci rifilano la supposta. Scherzo, ma il post è corretto e interessante. Complimenti.

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  2. Ciò che scrivi mi ha fatto rendere conto di quante circostanze contingenti in effetti hanno fatto si che io non mi ponessi ulteriori domande davanti ad una certa affermazione. Ho pensato insomma se questa persona mi dice così avrà avuto le sue buone fonti, evidenze e informazioni! Però si hai ragione, c’è molto altro da considerare.
    Però voglio davvero conoscere la risposta alla mia domanda! Aspetto! 😀

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    1. Quello che mi importa è non solo abituare a un certo scetticismo di fondo, a un po’ di spirito critico (l’incertezza è connaturata alla medicina, non va vista come un limite, e spesso l’incertezza è la migliore approssimazione che abbiamo della realtà).
      Quanto ricordare che siamo purtroppo circondati da affermazioni imprecise, incerte, non verificate o non verificabili, specie in quest’epoca dove ognuno ha i mezzi per gridare al mondo la sua (non importa quanto balzana). E cascarci è facile: per inesperienza, distrazione o se vuoi, anche per sfinimento, quando sei costantemente martellato.
      La risposta alla tua domanda… al prossimo post! Così ho lo spazio per motivare ciò che scrivo.

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