Comunicazione inequivocabile… o forse no?

quino-al-302041-unsplashQuesta storia racconta un brillante esempio di comunicazione in oncologia.

Entro un giorno in ambulatorio per accompagnare alla visita una persona cara, che chiamerò Mario. 

Mario, l’anno precedente, era stato operato di un tumore maligno. L’operazione era tecnicamente riuscita. Il tipo di tumore portato via comportava un certo rischio di recidiva: per ridurre questo rischio era stata consigliata della chemioterapia.

Sei mesi dopo la fine della chemioterapia Mario aveva eseguito una TAC per controllare se andava tutto bene: se non fossero cioè comparse recidive, oppure, detto brutalmente, metastasi al fegato o ai polmoni.

Gli esami del sangue di qualche giorno prima erano nella norma. E anche la TAC era negativa: il referto parlava di uno o due angiomi epatici (gli angiomi epatici sono delle neoformazioni benigne dei vasi sanguigni del fegato, abbastanza frequenti nella popolazione e non pericolose) e un adenoma prostatico, cioè dell’ipertrofia (un ingrossamento) della parte centrale della prostata, reperto frequentissimo nei maschi in età non più giovane e anche questo non pericoloso.

Qualche giorno prima della visita Mario mi aveva cercato per farmi leggere la TAC e gli esami: e lo avevo rassicurato. Tutto bene, tutto a posto, nessun problema. Sicuro che il collega ne avrebbe parlato in visita, gli avevo anche accennato agli angiomi e all’ipertrofia prostatica: nulla di preoccupante. Volevo che il giorno della visita non avesse nessuna sorpresa.

Insomma eccoci in visita. Sto seduto per una volta dalla parte opposta della scrivania a quella che generalmente mi capita di occupare, buono e zitto accanto a Mario: il mio collega sa il fatto suo, spiega bene.

I messaggi, al pari dei miei di qualche giorno prima, sono chiari, semplici e inequivocabili: va tutto bene. Gli esami del sangue sono buoni. Alla TAC non ci sono segni di recidiva locale né di metastasi. Ci sono due angiomi epatici e un adenoma prostatico di cui non c’è nulla da preoccuparsi. Anche la visita va bene: nessun rilievo. Appuntamento a sei mesi con il controllo di routine: nuovi esami del sangue, ecografia del fegato. Sorrisi e strette di mano.

Usciti in corridoio Mario mi gela: “cosa sono quelle cose al fegato? Metastasi?”

Gli dico che no, non sono metastasi, come gli ha detto poco fa il medico e come gli avevo già detto io giorni prima. Sono angiomi, nulla di cui preoccuparsi.

“Ma allora perché mi fa controllare il fegato fra sei mesi? È preoccupato.”

Gli dico che no, non è preoccupato. Che è il controllo di routine. E si fa ogni sei mesi.

Ma è chiaro che non l’ho convinto. Allora lo accompagno al bar. E lì davanti a un caffè si rilassa un po’. “Allora il fegato non è un problema,” mi dice, “al fegato non c’è niente”. Finalmente ci siamo. “Ma allora alla prostata? Non mi ha detto che ho anche un tumore alla prostata?”

*

Questo il brillante esempio di comunicazione in oncologia: una comunicazione clamorosamente inefficace.

Tutto vero, non ho inventato nulla. Due medici, in due sedi e momenti differenti, fanno passare un messaggio a loro giudizio inequivocabile a una persona. E la persona, il paziente, non comprende nulla.

Semplice, forse, è soltanto la morale di questa storia: la comunicazione è difficile. La comunicazione efficace, la comunicazione perfetta è probabilmente un ideale teorico, irraggiungibile.

E però gli ideali irraggiungibili sono anche quelli più stimolanti da rincorrere. Anche questo blog, a suo modo, rincorre.

3 risposte a "Comunicazione inequivocabile… o forse no?"

  1. Questo episodio mi ricorda quello che è capitato ad una persona a me cara. Leggendo il referto istologico che riguardava ciò che le era stato tolto si è convinta di “avere” e non “aver avuto” le cose che leggeva. Forse l’ansia, forse le scritte tecniche che parlano al presente. Non so, mi sembra buffo. È effettivamente un tempo presente per qualcosa che è stato analizzato in un laboratorio. È un tempo passato per il paziente operato. Che casino! Ce ne è voluta per convincerla…

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    1. Vero, succede anche questo! Ma se è la prima volta che leggi un istologico, se è il tuo e se per giunta c’è scritto qualcosa di non proprio simpatico, forse il dubbio è perfettamente lecito. Dare voce al dubbio, chiedere, tornare a chiedere: credo che la soluzione stia lì.

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