Che cos’è la prevalenza di una malattia?

prevalenza3Qui prenderemo in considerazione la seconda misura più importante in oncologia dopo l’incidenza: la prevalenza

È un concetto anche questo molto semplice ma anche più interessante.

Se l’incidenza è il numero di nuovi casi di una certa malattia in un dato periodo di tempo, la prevalenza misura invece il numero di persone ammalate in un momento preciso, o in un determinato arco di tempo, in una popolazione, indipendentemente da quando hanno ricevuto la diagnosi.

Torniamo al nostro paesino abitato da cento persone. Domandiamo loro: si faccia avanti chi di voi in questo momento sa di essere affetto da un tumore. Si fanno avanti, poniamo, in quindici. Ecco che abbiamo la prevalenza del cancro in quella popolazione: quindici persone su cento.

E torniamo alla foto in capo a questo post: vedete che da cinque che erano cerchiati nella foto al post sull’incidenza, ora sono diventati quindici: quei quattro di prima (che, essendo nuovi casi, sono appena entrati a far parte del numero dei casi prevalenti) e gli altri undici che lo erano da prima.

La differenza sostanziale fra incidenza e prevalenza è questa: l’incidenza conta i nuovi casi in un determinato periodo di tempo; la prevalenza conta i casi affetti da una malattia in un dato istante (è la prevalenza puntuale) o in un dato periodo di tempo (è la prevalenza periodale). Detto ancora più semplicemente: l’incidenza sono i nuovi ammalati, la prevalenza sono gli ammalati.

Si è detto che la prevalenza è un concetto più interessante dell’incidenza. Più sfaccettato. Vediamo perché.

L’incidenza è un valore che ci piacerebbe fosse sempre basso. O almeno, il più basso possibile. Tutto quel che si dice e si fa sulla prevenzione (attività fisica, alimentazione corretta, stili di vita e via dicendo) è finalizzato a una sola cosa: diminuire la probabilità di ammalarsi di una certa patologia e quindi, in definitiva, a ridurre l’incidenza di questa patologia. Qualsiasi notizia di una diminuzione dell’incidenza di una patologia è sempre una buona notizia.

Pensiamo invece alla prevalenza, agli ammalati. È sempre un bene che sia bassa?

Direte: sì, meno ammalati ci sono e meglio è. Giusto. È abbastanza facile intuire che se l’incidenza di una malattia diminuisce, anche la prevalenza tenderà a diminuire: meno nuovi casi oggi, meno casi ammalati nel lungo termine domani. E questa è una cosa buona.

Una prevalenza bassa di un malattia, però, non è un dato che parla necessariamente bene della malattia di cui discutiamo. E quindi non è un dato che ci piace per forza. Vediamo anche qui perché.

Torniamo di nuovo al nostro paesino. Si faccia avanti, chiediamo, chi di voi in questo momento è affetto da un raffreddore. È inverno, si fanno avanti in tanti, ben trenta persone. La prevalenza del raffreddore in questa popolazione è quindi di trenta persone su cento.

Ora chiediamo di farsi avanti invece a chi è affetto da meningite fulminante. (Un esempio a caso, solo perché non occorre essere del mestiere per capire che si tratta di una patologia un poco più letale del raffreddore.) Tutti si guarderanno negli occhi, qualcuno farà gli scongiuri, ma non si farà avanti nessuno: da una meningite fulminante o si è guariti o, ahimè, si è morti.

Che cosa significa? Il raffreddore ha un’alta prevalenza, ma il fatto non ci inquieta granché. Anche perché, se ci riflettiamo bene, oltre alla elevata diffusione è anche l’innocuità del raffreddore che comporta una prevalenza alta (un alto numero di ammalati). Discorso diverso per la meningite fulminante: che è sì meno frequente del raffreddore, per fortuna, ma che anche a causa della sua letalità ha dati di prevalenza bassissimi (nel nostro esempio, zero).

Ecco perché la prevalenza è un concetto più sofisticato e non sempre l’alta prevalenza di una patologia è una cattiva notizia.

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